Cosa conta per trasformare la plastica usata in prodotti nuovi e di alta qualità? Alpla definisce i propri standard grazie all’integrazione tra produzione e riciclaggio. Georg Lässer, Direttore dello Sviluppo Commerciale, Approvvigionamento e Vendite nel settore del riciclaggio, illustra i criteri di qualità dell’azienda.
Uno dei 13 impianti di riciclaggio Alpla presenti in tutto il mondo, che, attraverso il riciclaggio meccanico, getta le basi per gli imballaggi riciclabili del futuro.
(Bild: Alpla)
Da oltre 25 anni il riciclaggio è parte integrante della filosofia aziendale di Alpla. L’obiettivo: ogni imballaggio utilizzato viene trasformato in un prodotto equivalente, secondo il principio “bottle-to-bottle” applicato al polietilene tereftalato (PET).
A livello mondiale, i 13 impianti di riciclaggio producono ogni anno 300.000 tonnellate di PET riciclato (rPET) e 100.000 tonnellate di rHDPE (HDPE = polietilene ad alta densità) destinati a cosmetici, detergenti per la casa o bottiglie per olio. «Chi imballaggi in plastica dovrebbe anche assumersi la responsabilità del loro ciclo di vita successivo», sintetizza Georg Lässer, Director Business Development, Procurement and Sales Recycling presso Alpla.
Parametro di riferimento per la qualità del riciclaggio
Il connubio tra produzione e riciclaggio garantisce ad Alpla un punto di forza unico: l’azienda conosce in prima persona le esigenze degli imbottigliatori e dei produttori di marca e ragiona in termini di materie prime anziché di rifiuti. «Vogliamo diventare un punto di riferimento sul mercato per la qualità del riciclaggio. I clienti si rivolgono a noi perché sanno che da noi trovano un ottimo servizio, la massima qualità, una presenza globale e un vantaggio in termini di sviluppo», afferma Lässer.
La purezza del materiale riciclato viene attestata sulla base di criteri quali il colore, la resistenza agli urti o la viscosità, attraverso procedure controllate e rigorose certificazioni. Secondo l’esperto di riciclaggio, inoltre, «ogni fase del processo è tracciabile fino al singolo lotto e al fornitore».
Inoltre, Alpla intende evitare il downcycling. L’azienda rivende i materie prime riciclate in plastica all’industria dell’imballaggio, al fine di mantenere il ciclo “bottle-to-bottle”. A differenza di quanto avviene nell’industria delle fibre, dove la plastica viene spesso trasformata in tessuti non più riciclabili senza un ulteriore ciclo di vita, anche i sottoprodotti di colore non compatibile rimangono nel ciclo tecnico: vengono trasformati in applicazioni robuste come i nastri di reggiatura. In questo modo si mantengono almeno le stesse proprietà meccaniche di una bottiglia riciclata.
Un difficile equilibrio tra la purezza dei materiali e le difficili condizioni di mercato
In Europa, il materiale riciclato costa attualmente dal 20 al 50 per cento in più rispetto alla materia prima vergine. Lässer chiarisce che «il mercato spesso mette a confronto cose che non sono comparabili». Il materiale riciclato deve soddisfare standard elevatissimi, ma la sua produzione è molto più complessa. A ciò si contrappone il vantaggio ecologico, motivo per cui la plastica nuova e quella riciclata non possono essere messe sullo stesso piano. «Tuttavia, se i prezzi del materiale vergine sono più alti, dal punto di vista economico il riciclaggio risulta un po’ più conveniente», osserva Lässer.
Inoltre, le normative UE sono estremamente complesse e mancano strumenti efficaci per contrastare le violazioni. A ogni passo si dovrebbe «chiedere agli avvocati». Alpla ha investito massicciamente e ora attende «un’applicazione coerente delle norme». Poiché i produttori di marca speculano sulla revisione del PPWR prevista per il 2028, stanno riducendo i propri obiettivi di riciclaggio per motivi di costo – in alcuni casi dal 50 al 30 per cento o addirittura a zero.
Questo sottrae al mercato migliaia di tonnellate di domanda. «Questa è la situazione attuale», spiega Lässer. Ma gli investimenti richiedono certezze: «Ovviamente si inizia a investire solo quando si ha sicurezza nella pianificazione».
Il riciclaggio chimico rimane un’opzione complementare
Georg Lässer, Direttore dello Sviluppo Commerciale, degli Approvvigionamenti e delle Vendite nel settore del riciclaggio presso Alpla: «Chi produce imballaggi dovrebbe anche assumersi la responsabilità del loro ciclo di vita successivo».
(Bild: Alpla)
Nonostante queste incertezze, il Gruppo continua a investire in tecnologie di selezione, controllo qualità basato sull’intelligenza artificiale, decontaminazione e digitalizzazione. La quota di PCR dovrebbe salire al 30% entro il 2030; fino al 2028 l’attenzione strategica sarà rivolta ai materiali riciclati di alta qualità per uso alimentare.
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Il riciclaggio meccanico – chiamato scherzosamente in azienda “lavare, asciugare, sistemare” – rimane la scelta migliore, con tempi di ammortamento compresi tra i cinque e i dieci anni. Il riciclaggio chimico svolge solo un ruolo complementare, poiché si vuole consapevolmente «non fare alcun passo indietro nella catena polimerica», tanto più che comporta emissioni di CO₂ notevolmente superiori.
Secondo Lässer, iniziative come “HolyGrail 2.0” (filigrane digitali) non hanno rilevanza sul mercato. Un logo “Recycled in Europe” potrebbe certamente infondere fiducia, ma, avverte il responsabile del riciclaggio, “non deve portare a una nuova burocrazia”.
Dove si verifica la lacuna nel processo di riciclaggio?
Uno dei maggiori ostacoli rimane la quantità di materie prime. Il vero problema si presenta nella fase di raccolta, come sottolinea Georg Lässer: «Ciò che non viene raccolto, non può essere riciclato». Mentre il PET presenta un andamento più stabile, le poliolefine come polipropilene (PP) subiscono pressioni sui prezzi a causa di un processo di selezione più complesso e della disponibilità di materiale vergine a basso costo.
A seguito dell’attuale calo della domanda, a partire dal 2030 le quote obbligatorie di materiale riciclato previste dal PPWR rischiano di determinare una situazione opposta. Alpla sta quindi ampliando le proprie capacità, puntando sul Design for Recycling e stringe partnership a lungo termine lungo tutta la catena del valore.
Progetto pilota per l'rHDPE adatto al contatto con gli alimenti
Un elemento chiave per il futuro è lo sviluppo della tecnologia Polymac: con questo nuovo processo a base di solventi, l’azienda intende colmare una lacuna di mercato e ottenere rHDPE adatto al contatto con gli alimenti per soddisfare le quote PPWR a partire dal 2030. Il progetto sarà testato per quattro anni presso un impianto pilota in collaborazione con l’istituto tecnologico NTCP.
«In questo modo rafforziamo notevolmente la nostra indipendenza tecnologica», sottolinea Lässer. L’obiettivo è quello di sfruttare le competenze interne in materia di impianti per fornire tempestivamente materiali riciclati di alta qualità destinati a imballaggi di alta qualità.
Ora è necessario armonizzare le condizioni quadro, verificare i requisiti normativi e progettare imballaggi riciclabili. Il presupposto fondamentale è che i rifiuti vengano correttamente separati. «L’economia circolare non è un progetto isolato. Funziona solo se la politica, l’industria e i consumatori remano tutti nella stessa direzione», sottolinea infine il responsabile del riciclaggio.